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“L’Orto” – Rivista di lettere e arte. Un’avventura culturale nella Bologna degli anni Trenta
Dove: Biblioteca d’Arte e di Storia di San Giorgio in Poggiale (via Nazario Sauro, 20/2)
Quando: da 16 apr 2019 a 31 lug 2019
Orario: Lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì 9 - 13 Martedì 9 – 17
Costo: Ingresso libero
Web: http://

«L’ORTO» – RIVISTA DI LETTERE E ARTE
UN’AVVENTURA CULTURALE NELLA BOLOGNA DEGLI ANNI TRENTA
Dal 18 aprile al 31 luglio prossimi una mostra ripercorre la storia del periodico, che annoverò tra i suoi collaboratori personalità di spicco del mondo culturale e artistico, da Carlo Bo a Umberto Saba, da Ottone Rosai a Filippo Del Pisis


La Bologna degli anni Trenta è una città proiettata nella modernità, forte della sua posizione di centralità nei commerci e nei traffici e di un’economia agricola ed industriale solida, candidata a diventare esempio fulgido, per il Regime, della laboriosa provincia italiana. È in questo clima che nel maggio del 1931 cinque giovani bolognesi si riuniscono per fondare una nuova rivista di arte e letteratura, «L’Orto», che esalti i valori dell’Italia rurale e della tradizione vagheggiati dal Regime: un intento programmatico ribadito anche dal titolo volutamente dimesso e umile, in contrasto con l’altisonanza, il vitalismo e l’esaltazione della modernità propri di altre pubblicazioni coeve.
Inaugura giovedì 18 aprile presso la Biblioteca d’Arte e di Storia di San Giorgio in Poggiale la mostra «L’Orto» – Rivista di lettere e arte. Un’avventura culturale nella Bologna degli anni Trenta, promossa da Genus Bononiae. Musei nella città e Fondazione Carisbo e curata da Benedetta Basevi, Mirko Nottoli e Daniela Schiavina, con il coordinamento e la supervisione di Pierangelo Bellettini, Direttore di San Giorgio in Poggiale.
L’esposizione ripercorre la storia della rivista, pubblicata dal 1931 al 1939, attraverso documenti originali provenienti dal fondo documentario acquisito nel 2004 dalla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna. Tra alterne fortune, il periodico fondato dai fratelli Giorgio e Otello Vecchietti, dagli artisti Nino Corrado Corazza e Gianni Poggeschi e dal giornalista e scrittore Giannino Marescalchi, vide la collaborazione di poeti come Umberto Saba e Mario Luzi, giornalisti come Corrado Pavolini e Giuseppe Dessì, critici e intellettuali come Carlo Bo e Giuseppe Marchiori, artisti come Filippo De Pisis e Ottone Rosai. Tra le 42 opere in mostra, oltre ai fascicoli della rivista (a cui si aggiungono quelli di «Frontespizio» e di «Primato»), saranno visibili disegni di artisti come Nino Corrado Corazza, Gianni Poggeschi, Nino Bertocchi, Virgilio Guidi, Bruno Saetti, Filippo De Pisis, Ottone Rosai, Arturo Tosi, Cipriano Efisio Oppo, Orfeo Tamburi, Fiorenzo Tomea, che vengono esposti al pubblico per la prima volta.
La mostra si struttura nei quattro periodi della storia della rivista, che corrispondono alle case editrici che la stamparono nel corso degli anni: tra il maggio 1931 e l’aprile 1932 fu stampata a Bologna per le Edizioni dell’Orto; dopo un breve periodo veneziano dall’ottobre 1932 all’aprile 1933 con le edizioni Nord-Est di Giuseppe Marchiori, la rivista tornò a Bologna, dove fino all’aprile 1936 fu prodotta dalle Edizioni Lombardini, per poi passare, nel quarto periodo, dall’aprile 1937 al dicembre 1939, alle Edizioni Felice Le Monnier di Firenze.


All’interno dei quattro periodi sono stati individuati nel percorso espositivo alcuni nuclei tematici particolarmente significativi: tra essi il ruralismo, l’esaltazione della maternità, l’architettura razionalista, l’arte di Ottone Rosai e di Filippo de Pisis, con i suoi “ragazzi”, ritratti di figure maschili efebiche, vera ossessione dell’artista ferrarese.
“Ripercorrere la storia dell’«Orto» significa ricostruire cosa furono dal punto di vista culturale gli anni Trenta a Bologna, un decennio – dice Fabio Roversi-Monaco, Presidente di Genus Bononiae - ricco in Italia di fermenti e di posizioni contrapposte. Sono molte infatti le riviste che nascono in quel periodo, prime fra tutte «Il selvaggio» di Mino Maccari e «L’italiano» di Leo Longanesi, ma anche «’900», «Frontespizio», «Architrave», «Dedalo», «Quadrivio», «L’Assalto», ognuna impegnata a offrire il proprio contributo nella disputa ideologica tra Strapaese e Stracittà, tra chi sosteneva i benefici di un’Italia rurale strettamente legata alle tradizioni e alla terra e chi al contrario guardava con fiducia ad un futuro tecnologico e industrializzato. «L’Orto» entra nella contesa segnalandosi, come suggerisce il titolo, per i toni discreti e moderati, per la sua capacità di mediazione tra le varie spinte, per il suo carattere orgogliosamente provinciale, in stridente contrasto con la magniloquenza della retorica ufficiale del Regime”.
Nonostante l’adesione al Regime infatti la rivista si segnalò per un atteggiamento prudente e spesso insofferente nei confronti dell’altisonante retorica fascista, per la sua ecletticità e la sua rinuncia ad etichette e programmi.
Nelle pagine dell’«Orto» emerge la caratteristica tutta padana dello stretto legame con il territorio, la storia e la tradizione locale: un tratto distintivo che si ritrova anche nell’atteggiamento di distacco e dubbio nutrito dalla città e dalla sua Università nei confronti delle avanguardie. Come racconta Federico Ravagli, studente e amico di Dino Campana all’epoca della loro frequentazione dell’Università, “dovemmo accorgerci di essere refrattari all’arte d’avanguardia. […] Addio lirica delle follie febbrili e della velocità, poesia dei motori e dei cantieri sonanti. Si tornava al chiaro di luna, ucciso da Marinetti, a braccetto della morosa”.



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